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La leggenda del Castello Gresti
Nel territorio di Aidone, su una grande rupe sorge il castello Gresti. Fino agli anni ’30, sulla sua facciata c’era una lapide in marmo sulla quale era incisa un’epigrafe in latino, di essa ormai non esiste più traccia. Sembra che questo particolare abbia stimolato la fantasia dei paesani, infatti a questa lapide è legata una leggenda. Essa narra che in questo castello era nascosto un tesoro e che la persona che passando al galoppo davanti al castello fosse riuscito a leggere e a capire l’iscrizione lo avrebbe trovato.
Il fuoco liberatore di San Lorenzo
Era uso ad Aidone celebrare la “festa grande”, che ricorreva ogni 10 anni ad agosto in onore della Madonna delle Grazie. Siccome ad agosto cadeva anche la ricorrenza della festa di San Lorenzo Martire, patrono del paese, le due solennità si fondevano insieme. La leggenda narra che, mentre già da tre giorni fervevano i festeggiamenti nella cittadina, verso sera si sparse la notizia che era arrivato un mercante con un grande carro carico di mercanzie e che prima di entrare era stato fermato da due gendarmi, i quali dopo avere saputo la sua provenienza, lo avevano portato nel piano di S. Anna, lontano dall’abitato impedendogli di entrare in paese con la sua marce. Molti attratti dal mistero che circondava questo avvenimento accorsero verso il piano, qui trovarono il mercante che, imprecando in cuor suo contro la Madonna, San Lorenzo e la festa, aveva scaricato la sua roba e si accingeva a trascorrere la notte sotto il controllo dei due gendarmi. Questa serie di circostanze così straordinarie diede luogo a mille congetture: la maggior parte dei curiosi sosteneva che si trattava di un dono ricchissimo di stoffe rare e vasellame d’oro e d’argento che il re mandava alla Madonna per una grazia ottenuta; altri, invece, dicevano che il mercante era stato fermato perché covava il terribile proposito di trascinare con arti magiche la preziosa immagine della Madonna in qualche paese vicino. Soltanto pochi manifestarono il sospetto che forse l’arresto del mercante era dovuto a una misura igienica precauzionale dato che egli aveva dichiarato di provenire da Catania, dove da qualche tempo infieriva la peste; invano queste persone cercavano di fare capire alla folla di curiosi che trattenersi in quel luogo era pericoloso. La loro interpretazione dell’avvenimento non riscuoteva nessun seguito. Più tardi, però, senza nessuna spiegazione, i gendarmi lasciarono il mercante libero di entrare in paese. Si seppe in seguito che l’ordine era stato dato dal Podestà. Nel frattempo, nel monastero di Santa Caterina, le monache, terminate le preghiere serali, si preparavano per andare a letto, tranne una che veniva incaricata di vegliare tutta la notte e pregare nel piccolo coro del monastero, rivolta verso la porta del duomo, dove era custodita in quei giorni di festa l’immagine della Madonna. Quell’anno, per svolgere questo compito, era stata scelta dalla Madre Badessa una giovane suora di appena 22 anni, suor Maria Genovieffa, la quale stava china in un cantuccio con le mani giunte mentre pregava. La giovane, rimasta sola fu presa dallo sconforto per la sua condizione, si sentì abbandonata, sepolta viva negli anni della sua giovinezza e cominciò a piangere. In quel momento di grande sofferenza, l’immagine della Vergine fu la sua sola ancora di salvezza. Si precipitò, quindi, alla finestra, posta quasi di fronte alla porta del Duomo, aprì le imposte e subito si sentì invadere da un’ondata di pace: tutto era calma e silenzio quella notte. La giovane suora stette a lungo immobile, sopraffatta da tutte le immagini più belle e più rosee che il cuore di una giovane donna può creare: commiserava la sua condizione di rinchiusa, invidiando le ragazze della sua età, libere di godere appieno della giovinezza, di sposarsi e di avere dei figli, sebbene nessuno l’avesse costretta a scegliere la monacazione. Ma subito fermò i suoi pensieri inorridita, come se avesse commesso un sacrilegio, quindi ricominciò a pregare, ma affaticata dal sonno cadde in un dormiveglia, in cui i suoi sogni si confondevano con la realtà. Improvvisamente una grande luce apparve all’interno della chiesa. La giovane si ridestò e con grande stupore vide la figura bellissima di un giovane efebo, inizialmente credette di sognare ad occhi aperti, ma appena il giovane si mosse, capì di essere desta. Suor Maria Genovieffa lo vide procedere verso la piazza, si accorse che portava i paramenti sacri e una torcia accesa in mano, ma lo vide sparire dietro l’angolo della chiesa di San Domenico. Rimase attonita, senza sapere che cosa fare, quando un crescente splendore proveniente da fuori la fece rivolgere verso la strada, vide, allora, che il giovane ritornava indietro e, raggiante di gioia, si avvicinava alla porta del duomo per scomparire in un attimo nel tempio, la cui porta era rimasta sempre chiusa. All’improvviso urla acutissime e colpi d’armi da fuoco echeggiarono nel silenzio della notte stellata. La suora rivolse lo sguardo alla città da dove i suoni provenivano e vide un terribile fumo infiammato che copriva l’orizzonte, come se tutto il paese andasse a fuoco. Allora corse ad avvertire la Madre Badessa per raccontarle l’accaduto. Questa si era già svegliata per le urla e quando ebbe sentito il racconto della giovane suora, corse davanti alle immagini sacre di Maria Santissima delle Grazie e di San Lorenzo per ringraziarli di avere liberato Aidone da un grande pericolo. Il giorno dopo, tutto il popolo corse a vedere le merci del mercante catanese che il benefico protettore San Lorenzo, per comando della Madonna delle Grazie, aveva bruciato per liberare il paese dalla peste. Al Duomo fu cantato un te deum solenne; mentre suor Maria Genovieffa divenne all’interno del monastero un modello per la purezza dei sui sentimenti e per l’ardore della sua fede, ricordando sempre come il suo cuore fosse stato liberato dal germe delle tentazioni dallo stesso fuoco che aveva salvato il paese di Aidone dalla peste.
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