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Il ricordo di Vincenzo Cordova, a più di cinquant’anni dalla morte, è ancora vivo nella memoria degli Aidonesi, sia di quelli, ormai pochi, che lo conobbero personalmente, sia di coloro che hanno letto le sue poesie o a cui è noto per i suoi motti arguti, le battute frizzanti ed i divertenti aneddoti che circolano numerosi sulla sua figura di poeta satirico, dall’occhio sempre vigile e attento, pronto a cogliere e a fissare nei suoi versi difetti e punti deboli dei suoi nemici.
Egli stesso, peraltro, volle essere ricordato così dai suoi concittadini, contribuendo ad accreditare quest' immagine di sé con l'epitaffio che volle inciso sulla tomba nel cimitero di Aidone:
Il secondo Aretin qui sotto giace
Dal suo verso satirico e mordace
Ei di mentir giammai non fu capace
Eppur fu ritenuto per mendace
Visitator gentil se non ti spiace
Non gli turbare più l’eterna pace
La sua fama è legata soprattutto ad una serie di poesie nelle quali il poeta prende di mira i personaggi più in vista del paese.
Composte durante il giorno e lette la sera davanti ad un ristretto uditorio di ammiratori che le trascrivevano su fogli di carta volanti o le imprimevano nella memoria durante le quotidiane riunioni che si protraevano fino a notte inoltrata nei locali del “Circolo dei Nobili” o sotto i lampioni di Piazza Umberto I e messe in circolazione per diventare in pochissimo tempo di dominio pubblico, esse aprono un ampio squarcio nella storia di Aidone attraverso cui vediamo sfilare, dal personalissimo punto di osservazione del poeta, gli esponenti della classe dirigente di quasi un ventennio della storia del paese, dai primi anni venti fino all’inizio degli anni quaranta: il segretario comunale e il podestà, il prete e il magistrato, la guardia municipale e il maresciallo dei carabinieri. Tutti ugualmente intenti ad approfittare di qualsiasi occasione per fare carriera, ad arraffare cariche pubbliche, a migliorare la propria condizione con ogni mezzo, ad arricchirsi fruttando la posizione sociale, le protezioni politiche e qualcuno anche le proprie disgrazie.
Sotto questo aspetto non c’è dubbio che egli fu poeta satirico e che soprattutto alle poesie di questo genere, di più facile presa e di più immediata comunicabilità, egli deve la sua popolarità.
Arguto e mordace, senza peli sulla lingua, capace di improvvisare sull’unghia salaci risposte a chi osava sfidarne la prontezza di spirito, abilissimo nel cogliere i lati deboli delle sue vittime, ateo dichiarato, anche se qua e là affiora timidamente un vago desiderio di credere in qualcosa, sempre e comunque anticlericale, istintivamente nemico della chiesa e dei suoi ministri, come anche di qualsiasi forma di potere istituzionale, dissacratore dei valori e della credenze ufficiali, semplici strumenti riservati a pochi per ottenere favori ed agevolare carriere, si scagliava contro tutto e contro tutti, senza distinguere grado e condizione sociale, spesso senza tener conto neanche dei rapporti di parentela quando si trattava di mettere in ridicolo una persona nei cui riguardi trovasse qualcosa da ridire.
Ma il feroce sarcasmo e l' ironia che investe i protagonisti di questa piccola commedia aidonese non esauriscono l' intera produzione poetica del Cordova il quale, la notte, solo, lontano dal clamore e dagli schiamazzi divertiti della compagnia dei sostenitori che poco prima avevano applaudito i suoi versi, ne scriveva altri, di altro genere, non destinati alla divulgazione, per dare libero sfogo alle voci che si affollavano dentro il suo animo inquieto.
Ed è un mondo completamente diverso, intimo e raccolto, in cui il poeta descrive con semplicità ed arguzia le cose semplici della vita di tutti i giorni: le ansie, le angosce, le piccole gioie quotidiane; gli affetti più cari, il dolore e la desolazione per la loro prematura perdita; l’amore per la sua terra e la struggente nostalgia che si prova lontano da essa; l’ammirazione per gli uomini che nel passato hanno reso Aidone grande e degno di rispetto e la rabbia ed il disprezzo per il degrado in cui l' hanno ridotto l’incuria e l’avidità di amministratori incapaci e corrotti; le personalissime riflessioni filosofiche su Dio, sulla religione, sul senso della vita e della morte; la contemplazione di una serena giornata di primavera in campagna; la bonaria autoironia che lo fa scherzare anche su sé stesso, sui suoi difetti e sugli acciacchi della vecchiaia ormai incombente.
Tutto ciò rivela un aspetto del tutto inedito rispetto a quello tramandatoci da una agiografia superficiale e fa di lui un poeta nel senso più pieno del termine, senza aggettivi che limitino e riducano la sua vocazione alla poesia vera, fatta di sentimenti dolci e impetuosi, teneri e violenti, a seconda delle circostanze, così come sono i fatti della vita che li suscitano e li ispirano.
Per non parlare poi di quegli autentici gioielli in dialetto gallo-italico costituiti dal gustoso duetto tra moglie e marito di “Nuit' d’ ’nf' rnàra” ( Notte d’inverno), realistico quadretto di vita familiare contadina aidonese quale si svolgeva fino ad appena qualche decennio fa, e dallo squisito bozzetto umoristico “L’bòrij e a festa d’ San Fulipp’” (Liborio e la festa di S. Filippo), felicissima descrizione di una festa paesana vista con gli occhi ingenui e meravigliati di un contadinello che freme per la gioia, mista al timore, di vedere per la prima volta il paese ma, capitatovi proprio in occasione di una festa religiosa, che vi concentra una gran folla di pellegrini, preferisce tornarsene in mezzo alla pace ed alla tranquillità della vita di campagna, anche se monotona e faticosa. Preziose e fedeli testimonianze del modo di vivere e della saggezza, semplice e antica, di un mondo contadino ormai scomparso, privo di illusioni, fondamentalmente pacifico e dedito al lavoro dei campi, estraneo ai vizi e alle magagne dei ceti più alti della società.
Veri e propri capolavori di un autentico artista capace di cogliere intimamente e rendere fin nelle più piccole sfumature, usando con abilità e perizia il suo abituale strumento espressivo, i sentimenti semplici, le piccole gioie, le aspirazioni, i desideri e, in una parola, l’anima della gente in mezzo alla quale egli viveva.
E se a Vincenzo Cordova spetta certamente un posto di non secondaria importanza nel patrimonio culturale di Aidone per i meriti intrinseci della sua produzione poetica, il maggiore riconoscimento gli è dovuto soprattutto per avere tentato di creare e di rendere dignitosamente in lingua scritta la parlata aidonese della prima metà del nostro secolo, facendo rivivere e conservando fresche e palpitanti le espressioni più popolari e più genuine del nostro dialetto gallo-italico, unico fino ad allora tra quelli siciliani di cui non si avevano documenti scritti di valore letterario.
Con il Cordova il dialetto aidonese diventa per la prima volta strumento di espressione artistica capace di fotografare con estremo realismo il nostro ambiente, di cogliere e rappresentare un quadro autentico del periodo storico tra le due guerre attraverso la descrizione di situazioni e personaggi le cui vicende si snodano in gustose scenette sapide di elegante frizzo e bonaria arguzia, descritte con le espressioni più fresche e genuine del nostro vernacolo, intraducibili non solo nella lingua nazionale, ma neanche nello stesso dialetto siciliano, e delle quali, senza queste composizioni, avremmo rischiato di perdere irrimediabilmente la memoria.
Le poesie raccolte nel libro pubblicato da A. Trovato nel giugno del 1997 sono composte in dialetto siciliano, in italiano, in vernacolo aidonese, alcune bilingui ed una addirittura in tre lingue (italiano, siciliano e vernacolo) e sono frutto di anni di ricerche condotte grazie anche alla spontanea collaborazione di coloro che ne sono venuti in possesso, mentre altre sono state spremute dalla memoria di chi, in diretto e stretto rapporto con il Cordova, si prese la briga di mandarle a memoria. Inoltre è stato messo a disposizione, molto cortesemente, dalla nipote dello stesso autore, signora Maria Piazza, un quadernetto manoscritto contenente una trentina di poesie scritte in italiano ed in dialetto siciliano, che risalgono probabilmente alla prima fase della produzione poetica del Cordova.
Un altro manoscritto con una trentina di poesie si trova custodito nei locali della biblioteca comunale di Aidone.
Occorre precisare che le poesie pubblicate da A. Trovato non costituiscono l' intera produzione poetica del Cordova, che fu molto vasta e varia sia come qualità sia come quantità.
A.Trovato
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