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Aprile 2006
Le Masserie

Origine e funzione delle Masserie

Il termine "massa" che in latino significa "insieme", "blocco di cose", nel tempo indicò un complesso di vaste proprietà costituite da edifici padronali e aziendali, governato da un massaro in nome del padrone, secondo un contratto di "colonia parziaria" che prevedeva la spartizione dei prodotti tra i due.
In regioni come la Sicilia, dove il latifondo ha dominato per lunghi secoli, la masseria era il caseggiato rurale che fungeva da centro direzionale del feudo.

Già in tarda età imperiale romana in Sicilia era diffusa la struttura latifondistica fondata sulla coltivazione di cereali o sull'allevamento. Struttura che successivamente fu mutata dagli arabi con l'introduzione di nuove colture quali agrumi, cotone, gelso e che poi i Normanni riorganizzarono, favorendone la diffussione.
Nacquero proprio in questo periodo le "masserie fortificate", aziende rurali con forma planimetrica chiusa e con al centro un cortile, che assolvevano a varie funzioni:

- erano luogho di raccolta dei prodotti della terra provenienti dal territorio circostante;
- erano la casa del padrone e dei suoi servi;
- erano il luogo in cui i prodotti subivano una prima lavorazione;
- erano anche luoghi per la difesa del territorio.

Questo sistema latifondiario, sopravvisse in Sicilia a lungo, raggiungendo la massima diffusione intorno al XVI e XVIII sec. sotto la dominazione spagnola ma inizio a decadere, quando entrarono in crisi i rapporti di tipo feudale che legavano il gabellotto sia al possidente che ai contadini, ai quali veniva subaffittata la terra. E ben presto molti aristocratici persero le loro ricchezze che passarono ai gabellotti che acquistarono per pochi soldi, le terre amministrate assieme al titolo nobiliare.
Questo è quanto racconta il Verga nella novella "La roba" a proposito di Mazzarò, un contadino che aveva derubato il proprio padrone senza dimostrare riconoscenza versi chi lo aveva raccolto per carità, anzi lo disprezza per l'ingenua fiducia.

Con la riforma agraria del 1950 si ebbe le fine del latifondo: i feudi furono frantumati e le terre assegnate ai contadini e le masserie furono via via abbandonate o adoperate solo occasionalmente.

Struttura della masseria

Nella parte orientale del territorio di Aidone dove si estendono i terreni seminativi più fertili che facevano parte dei grandi latifondi di Poggiorosso, Feudo Nuovo, Belmontino, Malaricotta, Casalgismondo,sorsero nei secoli passati, grandi masserie perfettamente organizzate e autosufficienti come castelli medievali.
Ancora oggi l'edificio si presenta come un quadrilatero compatto e massiccio, caratterizzato sul lato esterno dalla presenza di feritoie e finestre con grate che testimoniano il carattere difensivo dell'abitato. Vi si accede da un unico portone, sormontato da un arco sul quale sono spesso incise le iniziali del proprietario.
Essi immette su un vasto cortile interno "u bagghiu", la cui pavimentazione è in lastre di pietra o acciotolato e al cui centro si trova una cisterna per la raccolta di acque piovane, che ha la funzione essendo delimitato ai lati da costruzioni ad un solo piano di collegare le varie parti dell'edificio.
Gli ambienti a piano terra erano adibiti a magazzini per il deposito e l'ammasso dei prodotti nel feudo; ad ampie stalle destinate ai cavalli; a deposito per gli attrezzi agricoli; a dormitori comuni per i lavoratori stagionali.
Inoltre vi era un grande locale che ospitava il forno e la cucina, dove venivano preparati il pane e i pasti consumati dai braccianti. Adiacente ad esso, si apriva una grande dispensa solitamente esposta a tramontana e seminterrata rispetto al resto dell'edificio, destinata a conservare le derrate alimentari, disposte su mensole (gazzane), incassate lungole pareti o appese al soffitto con lunghi ganci (cavigghiuni).
Alcune masserie erano anche dotate di palmento e frantoio. Non mancavano inoltre i locali destinati alla lavorazione dei prodotti e una legnaia che ssicurava il combustibile per la cottura dei cibi ed il riscaldamento nei periodi di freddo.
Spesso il cortile ospitava una piccola cappella dedicata ad un santo con un solo altare, ed un acmpanile che scandiva le ore più importanti della giornata: l'Angelus a mezzogiorno indicava la pausa per poter consumare un magro pastoe poi riprendere il lavoro; il vespro, la sera, segnava la fine di una dura giornata di lavoro.

Di fronte al portone di ingresso si ergeva la dimora padronale, formata da diversi vani che si snodavano al secondo piano dell'edificio e che erano riservati al padrone. Nelle masserie più importanti del nostro territorio come quella di Poggiorosso, quest'ultima parte dell'edificio era la più curata e dominava tutto il cortile suò quale si ergeva con imponenza ed eleganza.
L'appartamento padronale era caratterizzato da ampi saloni con soffitti a volta e pareti rifinite con cura. Le stanze erano illuminate da ampi balconi e finestre che rendevano più ariosa l' abitazione e che servivano a controllare i lavori all'interno e all'esterno della masseria.
Non mancavano inoltre la cucina ed i servizi anch'essi arredati con cura ed eleganza.
Altra caratteristica erano degli abbeveratoi di pietra chiamati "scifu" presenti all'esterno, nella zona dedicata alle stalle che erano costituite da lunge mangiatoie appoggiate ai muri perimetrali e che molto spesso erano suddivise in più ambienti probabilmete per permettere la selezione degli animali.

Il lavoro e la vita nelle masserie
tra la fine dell' 800 e i primi del '900


Sottoposti ad un padrone esigente, rappresentato dal massaro che presiedeva alla coltivazione e all'amministrazione dell'attività fondiaria, privi di macchine e attrezzi adeguati, i contadini lavoravano, svolgendo manualmente quasi tutti i lavori, dall'alba al tramonto sotto il severo controllo del "campiere" ( custode dei campi e sorvegliante dei lavori agricoli, legato al massaro da un contratto annuo.

La vita all'interno della masseria, era scandita dalle stagioni: in autunno si arava con mezzi rudimentali, si seminava e si vendemmiava; d'inverno si potavano le piante e si facevano il vaori di manutenzione; in primavera, con il risveglio della natura, si curavano i cereali e i seminativi liberandoli dalle erbacce e preparandoli al raccolto; in estate si svolgevano l grandi attività di raccolta del fieno, di mietitura e trebbiatura dei cereali.

Nucleo produttivo essenziale della società contadina era la famiglia sempre composta da numerosi figli, considerati una ricchezza perchè in grado di lavorare.
I bambini attorno i 5-6 anni, conducevano gli animali al pascolo e intanto raccoglievano funghi, castagne e frutti spontanei. Molto spesso erano loro che mungevano mucche e pecore.
Le donne, preparavano pane e pasta, marmellate, conserve, liquori; allevavano conigli, polli e tacchini; filavano e lavoravano la lana e cucivano gli abiti per i famigliari e aiutavano nei campi.
Anche gli anziani svolgevano molte di queste mansioni e la loro esperienza era preziosa: sapevano come conservare il vino e l'olio, come mantenere più a lungo i cibi e sopratutto conoscevano le fasi lunari più favorevoli alla buona riuscita dei lavori agricoli e domestici.
Agli uomini erano affidati i lavori più pesanti.

La famiglia consumava ciò che produceva, dopo aver consegnato al proprietario la parte di prodotto che gli spettava. Era una vita misera, legata all'agricoltura, all'incerto ciclo stagionale che rendeva precaria la stessa sopravvivenza di gente che per vivere si accontentava di poco, gente semplice e generosa che accettava rassegnata la propria sorte.


  

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